Agli inizi del II sec a.C. sul territorio cordenonese iniziano le prime presenze romane, si inquadra infatti un contesto di espansione che coinvolse il Friuli in seguito alla fondazione di Aquileia ma la presenza romana si concretizza solo con la centuriazione di Julia Concordia del 42-40 a.C..
La centuriazione del territorio segnò l’inizio del dominio romano vero e proprio. Purtroppo Cordenons non rientra tra i territori fortunati che presentano ancora evidenti tracce di centuriazione, sono rimaste solo alcune impronte dell’antica suddivisione; notevole importanza hanno capitelli posti su antichi incroci stradali perché costituiscono “aras lapideas” che segnavano punti di confine.
In seguito alla centuriazione ci fu una trasformazione sociale dovuta dal rapporto di dominio che i romani avevano sui cordenonesi. I coloni romani insediatisi diedero via a una nuova forma di edilizia e di economia agricolo commerciale; dalle primitive abitazioni si passò a costruzioni in muratura.
La nuova società traeva profitto da un’economia prevalentemente rurale e da un’attività commerciale abbastanza sviluppata, l’unica unità produttiva di tipo industriale era quella per la produzione di laterizi.
I Longobardi furono quelli che incisero maggiormente sullo sviluppo comunitario cordenonese poiché nelle vicinanze delle sorgenti del Noncello avrebbero insediato un’arimannia, un corpo militare che era alle dirette dipendenze del re.
Il territorio rimase per tutto l’alto medioevo di proprietà regia e questa peculiarità trasmise forti elementi di identità alla comunità che non cadde mai nel sistema di vassallaggio feudale.
Verso il IX secolo in tutto il Friuli si assistette alla nascita di roccaforti-fattorie, dette Curtis (cortine), appartenenti in origine a signorotti longobardi e attorno le quali gravitavano vasti territori di pertinenza. Anche a Cordenons ne sorse una, dove si trova l’odierno cimitero comunale.
La cortina divenne un punto focale per un vasto territorio perchè aveva una particolarità: era di appartenenza regia, cioè rientrava tra le specifiche proprietà del sovrano, un diritto che a lungo i regnanti si trasmisero probabilmente in continuità con i primi insediamenti longobardi.
Nel 897 per la prima volta viene riportata la citazione corte regia naones attribuita a Berengario I.
Nel corso del X secolo la Corte Naones perse gran parte della sua estensione e la sua area centrale bagnata dalle sorgenti del Noncello, non più regia, divenne un predium detto Curtisnaonis.
Questa nuova realtà amministrativa aveva al suo interno diversi nuclei abitati e Cordenons assumeva allora il ruolo di “capoluogo”, infatti il predium, citato nel 1209 era una contea retta da Ozi II con il titolo di Conte di Cordenons.
Gli Ozi ebbero un grande potere politico e amministrativo in Corinzia in seguito alla nomina di messo imperiale, acquisita dal capostipite Ozi I della famiglia degli Ottoni. Presso la corte imperiale Ozi I raggiunse una posizione di grande prestigio che gli valse anche la donazione di numerosi beni territoriali: tra questi figura quello di Cordenons.
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Sarcofago di un membro della famiglia degli Ozii |
Lapide commemorativa della famiglia |
Nel 1138 il possedimento viene ereditato da Ottocaro III ma alla fine del IX secolo Cordenons passò ai Babenberg e grazie a loro, la Stiria e Cordenons furono le prime regioni a essere annesse all’antica Austria.
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Stemma nobiliare della famiglia degli Ozii |
All’epoca dei Babemberg vi erano soltanto due significative comunità lungo il Noncello: Cordenons e Torre. Il Patriarca di Aquileia, desideroso di impossessarsi dell’antico porto fluviale sul Noncello, Torre, appiccò il fuoco proprio su quest’ultima. Nonostante il patriarca Bertoldo fosse stato riconosciuto colpevole dei danni causati dall’incendio del porto, Torre da allora fu staccata dal resto del Naum, possedimento austriaco.
La plebem de Naono rimase la sola ad avere un certo peso demografico, economico e amministrativo e, in mancanza di uno scalo fluviale, diede un forte impulso all’avvio del nuovo porto a Pordenone.
Tra il 1220 e il 1230, Leopoldo VI di Babenberg, possessore di questi territori, non abitando sul territorio con fissa dimora governava tramite il gastaldo Offredo di Ragogna che a sua volta aveva affidato la vicegerenza ad Adlardo de Naono.
Adlardo è il primo personaggio cordenonese riconosciuto dalla storia in veste di amministratore.
Durante la prima metà del XIII secolo si modificò il ruolo di Cordenons all’interno del bacino del Noncello. Esclusa Torre perché proprietà del patriarca, Pordenone cominciò a dominare incontrastata la scena politica, economica e sociale. Nel 1232 il duca Federico II di Babenberg era a Cordenons per affidare ad Ulrico di Ragogna il diritto di sorveglianza sulla torre portuale e sulla riscossione dei dazi.
Negli anni tra pordenonesi e cordenonesi si innescarono rapporti segnati da grandi contrasti.
Verso la fine del 1496 Tommaso Colloredo, capitano di Pordenone, stanco delle numerose sedizioni, si avviò con un esercito di circa 1500 soldati e strumenti bellici contro la comunità di Cordenons. La cortina venne espugnata, altre case finirono incendiate e la gente si diede alla fuga terrorizzata.
Il 1508 segnò la fine di un’epoca per il paese. In quell’anno la Repubblica di Venezia conquisto Pordenone e tutto l’antico possesso austriaco, nato con la corte regia naones: Cordenons divenne allora entroterra della Serenissima.
Solo nel basso medioevo il paese acquisì la denominazione di Cordenons: Cor-de-nons sta a significare Cortina del Naone.
Con il dominio di Venezia, la storia del paese perdette gran parte della propria peculiarità; non si discostò sostanzialmente da quella di altre comunità limitrofe. Non scomparvero, però, alcuni elementi di identità come la parlata friulana, l’economia agricola basata sulla piccola proprietà privata e l’operosità “industriale” che dagli antichi mulini passerà alle prime fabbriche di concezione moderna.
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Operaie della filanda Makò, una tra le prime realtà industriali cordenonesi, fondata nel 1889 |
Nel Periodo Napoleonico ci fu l’erezione di Cordenons a Comune indipendente a partire dal 1814, segnando la fine della Serenissima e il passaggio all’impero Austro-Ungarico, sudditanza che si concluse nel 1866 con la III guerra di indipendenza, cui fecero seguito il referendum e l’annessione al Regno d’Italia. |
Al suo interno la Chiesa è arricchita da diversi affreschi di epoca rinascimentale. Del 1551 sono gli affreschi delle pareti di destra del coro, San Pietro in carcere e predica di San Pietro. Nell’arco trionfale si trova l’Annunciazione del pordenonese Del Zocco, dello stesso autore la Madonna col Bambino e le Ss. Caterina e Lucia.
Del Zocco è l’autore anche degli affreschi della Chiesa di San Giacomo in cui si può inoltre ammmirare un altare in marmo, del periodo tardo barocco, ed una statua del cordenonese Rampogna raffigurante la Madonna col Bambino.
Un'iscrizione alla sommità della navata stabilisce la data dell'intonacatura: "questa glesia fo smaltada li 13 novembrio 1513". Si può ritenere che la costruzione della chiesa risalga alla seconda metà del XV secolo e agli inizi del XVI. L'esterno presenta un gradevole intrecciarsi di elementi in cotto alla sommità della parete, diversa come tipologia, fra quella del presbiterio e quella della navata.
Sulla facciata due finestrelle quadrate, un piccolo rosone, il portale sormontato da un San Cristoforo di Giovanni Rampogna. Dello stesso artista, Madonna col Bambino. Sul tetto svetta un campanile a vela con bifora. I lavori di consolidamento delle fondamenta e di ristrutturazione dell'intero edificio, condotti con la collaborazione della popolazione e il finanziamento della Soprintendenza (anno 1967-68), hanno dato la possibilità di riscoprire le pareti del presbiterio, affrescate da Girolamo del Zocco (Cristo in gloria e Compianto; Sante: Dorotea, Barbara, Lucia, Caterina d’Alessandria, Apollonia e Angeli di Passione (1560-1570 ca.). Nella sacrestia, ricordata nei documenti del 1616, si conserva un Crocifisso di Pietro Sacchi (1723) e, lungo le pareti della chiesa, una pala di San Giacomo Apostolo (S. Maldonetti, 1929) e un gonfalone di San Giacomo (bottega Udinese, 1908). La Via Crucis della fine del XIX secolo adorna le pareti della navata. Due pile per l'acqua santa si trovano all'ingresso delle rispettive porte d'accesso; l'una risalente probabilmente al secolo XIV; l'altra proveniente dalla bottega di GioAntonio Pilacorte del 1531. L'altare in marmo, dei tagliapietra Silvestre e Giuseppe Comiz di Pinzano al Tagliamento, messo in opera nel 1769, è stato collocato nella cappella dell'Asilo parrocchiale quando si scoprirono gli affreschi, ora visibili nella parete nord del presbiterio. Le vetrate sono opera del maestro Oscar di Prata di Brescia e realizzate dalla vetreria di Giacomo Bontempi di Brescia.
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Chiesa di San Giacomo, sec. XV - XVI |
“Evangelisti”, affresco del soffitto nel presbiterio della Chiesa di San Giacomo, ad opera di Girolamo del Zocco |
| San Pietro di Sclavons |
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Nel corso dei lavori per la sistemazione del pavimento della chiesa di San Pietro (1992-1994) le indagini archeologiche, promosse dalla Soprintendenza ai Beni Archeologici e Artistici del Friuli-Venezia Giulia, in tre campagne di scavi, hanno permesso di:
- Raccogliere numerosissimi resti scheletrici la cui analisi rappresenta per il Friuli il più ricco campione di popolazione mai analizzato. Da questo esame è lecito attendersi un chiarimento sui rapporti tra la popolazione locale e le genti immigrate (gli slavi che si insediarono nel territorio e contribuirono alla ricostruzione agricola nei secoli X e XI e nel periodo antecedente).
- Seguire fin dagli inizi la costruzione della chiesa attuale. Questa, a sua volta, era "preceduta" da una costruzione risalente al secolo XIV, come dimostra il pavimento di cocciopesto e una serie di affreschi, in parte ricomposti, con due teste femminili e pannelli a finti marmi, databili al secolo XIII.
Un'iscrizione incisa e dipinta all'esterno della parete del presbiterio ci permette di stabilire la data della fine dei lavori: 23 maggio 1497. L'aula misura metri 13x7 e il presbiterio metri 5,40x4,40. L interesse dell'edificio, oltre al ricco materiale archeologico, è dato da una serie di affreschi, in parte restaurati negli anni successivi al terremoto del 1976. Sulla parete nord è ravvisabile la Madonna col Bambino tra i Santi Rocco e Sebastiano di scuola del Bellunello. Il San Rocco è in parte rovinato. Le figure, grandi e semplici, si datano alla fine del Quattrocento.
Spicca un San Floriano dei primi del Cinquecento, opera di Gianfrancesco da Tolmezzo.
L'abside è occupata dalla decorazione di Girolamo Del Zocco con episodi della Genesi, Storie di San Pietro. Allo stesso artista è attribuito il trittico Madonna col Bambino e le Sante Caterina e Lucia (1551), ora esposto nella chiesa nuova di San Pietro. I lavori di restauro dell'intera superficie interna hanno riportato alla luce un'Annunciazione sull'arcosanto ed episodi della vita di San Pietro (il Santo in carcere e in atto di predicare).
I lavori di ristrutturazione seguiti al terremoto hanno consigliato di abbattere le costruzioni addossate alla chiesa in tempi recenti (aule per il catechismo, per i confessionali, per servizi vari) e di ripristinare la facciata, abbattuta nel 1920 per ampliare la navata, basandosi sulle fondamenta originarie dell'edificio quattrocentesco. Si è anche proceduto al consolidamento del campanile e della sacrestia, risalente al XVIII secolo.
| San Giovanni Battista |
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A nord del Paese, fino a qualche tempo fa isolata in aperta campagna, sorge la chiesa di San Giovanni Battista. Un ampio portico introduce in un'aula segnata da nove capriate. La parte meridionale è scandita da quattro archi che si aprono in altrettante finestre. La stessa parete si apre per l'accesso alla sacrestia. La parete nord dell'atrio è completamente chiusa. Il presbiterio, sopraelevato rispetto all'aula, è arricchito all'esterno da una serie di piccoli archi che ne ingentiliscono la forma. Un elegante campanile situato accanto alla sacrestia, completa la costruzione. La chiesa offre un patrimonio poco rilevante, se si esclude una statua di San Giovanni Battista in pietra che porta il nome dello scultore Pilacorte e la data 1515. Anche le notizie raccolte dalle relazioni nell'Archivio parrocchiale non sono molto abbondanti. E così possiamo affidarci a quello che finora è stato trovato, nella speranza che un'approfondita ricerca archeologica possa rispondere ai tanti quesiti che la chiesa propone. Esattamente come si è fatto per la vecchia chiesa di San Pietro. Durante i lavori di sistemazione del pavimento è venuto alla luce un capitello databile al secolo VIII-IX (è alloggiato nella parete nord). Sotto il vecchio pavimento sono apparse le tracce di un muro perimetrale che, a giudizio di esperti, costituisce un punto di partenza, se confrontato con altre parti della costruzione, per stabilire l'epoca del primo edificio e a quali funzioni fosse destinato. Una canna fumaria rinvenuta sul muro della sacrestia può far pensare ad un posto di ristoro per viandanti o pellegrini che nel porticato potevano trovare accoglienza e riposo.
Santa Giovanna d'Arco
Per venire incontro alle necessità della villa, allora poco numerosa, ma distante dalla parrocchiale di Santa Maria, si pensò di costruire una chiesa. Su disegno di Tiburzio Donadon il 17 aprile 1922 fu posta la prima pietra. Nel 1924 l'edificio era completato e il 21 dicembre veniva consacrato.
Nel 1925 lo scultore Luigi De Paoli disegnava e donava una statua raffigurante la Patrona.
Nel 1927 si completava il campanile e la sacrestia.
Negli anni seguenti, altri lavori di abbellimento (pavimento, intonacatura esterna e interna, impianto di illuminazione, soffittatura) venivano portati avanti con la collaborazione efficace dell'intera popolazione.
| Chiesa Nuova di San Pietro |
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I bisogni di una popolazione che andava aumentando rapidamente suggerirono ai responsabili di costruire un edificio capace, abbandonando i progetti che nel passato avevano portato all'adattamento e, in parte, all'ampliamento della vecchia chiesa di San Pietro. Nel 1924 l'intera zona veniva costituita curazia indipendente dalla matrice Santa Maria e nel 1933 furono gettate le fondamenta di una nuova chiesa. I lavori si fermarono nel 1934 e ripresero nel 1966 su progetto di Achille Vettorazzo (direttore dei lavori dannino Furlan, calcoli di Angelo Puiatti) per concludersi nel novembre del 1967. A fianco dell'edificio, ispirato vagamente allo stile romanico, nel 1972 venne eretta la canonica-convento su progetto del geometra Salamon di Mestre.
| S. Antonio abate al Pash |
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La distanza dalle parrocchie di San Pietro e di Santa Maria e la necessità della presenza di un prete in una zona che andava popolandosi, suggerì di erigere una nuova parrocchia dedicata a Sant'Antonio abate, la cui chiesa era stata demolita alla fine del 1700 per costruirvi quella di Santa Maria. L'erezione della nuova parrocchia fu approvata il 30 novembre 1972 dall'Amministratore Apostolico Abramo Freschi e, su terreno donato dalla famiglia Galvani nei pressi della Cartiera, venne eretto il nuovo edificio, inserito nel complesso delle opere parrocchiali, su progetto dell'architetto Franco Molinari di Codroipo.
Cappella del Centro Parrocchiale
Inserita nel complesso del nuovo Centro parrocchiale, a pianta ottagonale e capace di contenere un centinaio di persone, è sorta nel 1992-1994 su progetto dell'architetto Maurizio Bergamo di Venezia.
Sistemato l'antico tabernacolo, proveniente dalla vecchia chiesa di Santa Maria ed opera dello scultore veneziano Girolamo Laureato (1733), si è provveduto a inserirlo in un'opera scultorea dell'artista di Pisino d'Istria Tony Rabak (1993).
Suggestive vetrate e una grande tela che ricorda i santi di alcune cappelle cordenonesi demolite, richiamano forme legate allo stile delle icone e sono opera del veneziano Luciano Canai (1994).
Il Campanile
È il monumento-simbolo del paese. L'idea della costruzione nasce alla fine del 1800, dopo la demolizione del campanile della chiesa di Sant'Antonio, e - dopo varie vicende - viene inaugurato nel 1926.
I danni più gravi li subì a causa del terremoto del 1976. Furono rapidamente riparati, così come ne venne garantita la sicurezza.
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